A Torino la società civile è sempre molto richiesta. Purché qualcuno abbia già il suo numero di telefono.
Ogni volta che il centrosinistra annuncia di volersi aprire, partono tavoli, incontri, laboratori e assemblee. Cambiano i titoli, le grafiche, a volte persino il quartiere. Gli invitati però tendono a somigliarsi parecchio.
Presidenti di associazione, professionisti, dirigenti, persone già abituate a parlare con assessori e consiglieri. Gente rispettabile, spesso preparata. Solo che rappresenta una parte molto precisa della città: quella che sa come entrare nella stanza. Gli altri restano fuori.
Restano fuori quelli che lavorano la sera. Quelli che non hanno tempo per tre riunioni preparatorie e una plenaria. Quelli che non conoscono il linguaggio delle istituzioni e dicono semplicemente che il giardino fa schifo, l’autobus non passa o l’ufficio non risponde. La politica li ascolta, poi traduce.
Il giardino sporco diventa una questione di gestione integrata dello spazio pubblico. L’autobus che salta le corse finisce dentro una riflessione complessiva sulla mobilità. L’ufficio che non risponde apre un tavolo sulla prossimità amministrativa.
Il problema resta lì, ma adesso possiede una definizione più elegante.
Questo sistema chiama partecipazione un processo nel quale quasi tutto è già stato delimitato. Si può parlare, proporre, contribuire. Sarebbe meglio non chiedere chi abbia deciso il perimetro, perché certe persone siano sempre presenti e altre mai.
La partecipazione piace quando produce consenso. Quando produce conflitto diventa improvvisamente poco costruttiva.
Chi insiste viene definito divisivo. È una parola utilissima. Permette di evitare il merito della questione e concentrarsi sul tono di chi l’ha posta. Forse ha ragione, però lo dice male. Forse il problema esiste, però questo non è il momento. Forse sarebbe opportuno discuterne, però in una sede più adatta. La sede più adatta, di solito, è quella dove nessuno ascolta.
Anche il civismo viene trattato così. Dovrebbe portare idee, autonomia e pezzi di città dentro la politica. Spesso accade il contrario: la politica costruisce un contenitore, cerca qualche volto esterno e lo presenta come un movimento spontaneo.
Spontaneo con responsabile organizzativo, strategia elettorale e approvazione preventiva dei partiti.
Niente di illegittimo. Sarebbe soltanto più onesto chiamare le cose con il loro nome.
Una lista costruita per allargare una coalizione è una lista costruita per allargare una coalizione. Non serve raccontarla ogni volta come la sollevazione della Torino operosa.
Il centrosinistra torinese continua a cercare la società civile nei luoghi dove sa già di trovarla. Poi si sorprende quando una parte della città vota altrove o smette di votare. Forse il problema non è che Torino sia diventata incomprensibile. Forse sono loro che frequentano sempre le stesse persone.
